Donald Trump ha sganciato un’ennesima bomba verbale nel Golfo, questa volta alle Nazioni Unite: “La guerra in Iran finirà entro aprile”. Le parole, pronunciate con il suo solito timbro sicuro, risuonano come un’ordinata di calendario, ma sulla realtà del conflitto appaiono sempre più irreale. Da settimane, Stretto di Hormuz chiuso, attacchi reciproci tra Teheran, Israele e Stati Uniti, prezzi energetici alle stelle, ma Trump continua a sostenere che la questione nucleare iraniana verrà risolta rapidamente, con l’uso dell’esercito americano, ma sempre entro il mese.
Sul piano diplomatico, però, il quadro è opposto: il mondo guarda con preoccupazione. L’Europa, in testa l’Italia, esprime forte preoccupazione per il blocco navale americano, le minacce contro gli impianti petroliferi iraniani e il rischio di caos energetico. Il fronte israeliano, con Tel Aviv alla guida, è spaccato: da una parte chi sostiene Trump come l’unico amico serio, dall’altra chi teme che il suo “tempo breve” sia un modo per riscrivere le regole del conflitto solo per il piacere di vincere, senza curarsi delle conseguenze economiche e umane.
Alla fine, Trump appare sempre più come un presidente abbandonato e solo contro tutti. Il suo progetto di guerra rapida, di accordi “forti” e di pace imposta, è visto come un’utopia militare dagli altri leader, ma anche come un’opportunità dalle elite israeliane, che si chiedono se l’uscita di Israele consentirà davvero a Trump di chiudere il conflitto entro aprile o se, invece, il suo ultimo atto di presidenza sarà solo la premessa di una nuova fase, ancor più caotica, con o senza di lui.
Il mondo aspetta, il conto alla rovescia avanza, ma la domanda resta: la guerra finirà davvero entro aprile, o sarà solo una parola di Trump che non può più fermare il tempo?
